ART. 1 – Vergogna e trauma infantile: perché ti senti sbagliato
di Simon Grey – simongreyspazio.it

Vergogna e trauma infantile sono profondamente intrecciati e possono manifestarsi in modo silenzioso, come una sensazione che stringe nel petto senza un motivo chiaro.
Forse ti capita di svegliarti con un peso che non riesci a spiegare, sentendoti “sbagliato” senza saperne il perché. Oppure, semplicemente, taci — anche con te stesso — ignorando che questo vissuto è spesso l’eco di una ferita lontana.
Quello che senti non è un difetto di carattere. È una risposta intelligente a qualcosa che ti è successo, molto probabilmente molto tempo fa. Spesso, dietro questa esperienza, si nascondono dinamiche legate alla vergogna e al trauma infantile, che continuano a influenzare il modo in cui ti percepisci oggi.
Lo so perché anche io, per molto tempo, ho chiamato “difetto” qualcosa che in realtà era sopravvivenza. Mi sentivo come se ci fosse qualcosa che non funzionava in me, ma non riuscivo a spiegarmi quel peso. E quindi pensavo che il problema fossi io.
Comprendere il legame tra vergogna e trauma infantile
Nei traumi infantili — siano essi grandi ferite visibili o piccole trascuratezze ripetute — il bambino che eravamo ha imparato una cosa fondamentale per sopravvivere: stare in silenzio, non fare rumore, non pesare troppo.
La vergogna che molti di noi portano ancora oggi non nasce da un carattere debole. Nasce da un sistema di attaccamento e regolazione emotiva che, in un contesto di minaccia o trascuratezza, ha attivato strategie di chiusura e auto-inibizione per garantire sicurezza.
Non è solo “sistema nervoso che si nasconde”, ma anche dinamiche di attaccamento + regolazione emotiva precoce, come confermato dalla letteratura sul trauma evolutivo.
È proprio qui che vergogna e trauma infantile si intrecciano, creando una percezione distorta di sé che può durare nel tempo.
Quando ho iniziato a vedere questa dinamica dentro di me, non è cambiato tutto all’improvviso. Ma qualcosa si è spostato: non ero più solo “sbagliato”. C’era una logica in quello che sentivo, un filo conduttore che avrei scoperto nel tempo.
La ricerca scientifica lo conferma con chiarezza: la vergogna è un’emozione fortemente centrata sul sé — non “ho fatto qualcosa di sbagliato”, ma “io sono sbagliato” — ed è oggi riconosciuta come uno degli esiti profondi del trauma relazionale precoce (Spidel et al., 2018; Watkins et al., 2022).
E la paura? Nei traumi ripetuti o relazionali, smette di essere un’emozione episodica e diventa uno stato di attivazione persistente del sistema di allerta neurofisiologico: un rumore di fondo sempre acceso, che consuma energie e distorce la percezione di sé e del mondo (van der Kolk, 2018).
Il circolo vizioso della vergogna e del trauma infantile: una dinamica silenziosa
C’è una dinamica che si ripete in molte storie di trauma infantile, e riconoscerla può già cambiare qualcosa:
L’evento traumatico genera paura.
La paura, se non regolata o mentalizzata, può trasformarsi in vergogna.
La vergogna impone il silenzio.
Il silenzio impedisce il rispecchiamento — quella conferma dell’altro che ci dice “quello che senti esiste, è reale, ha senso”.
E senza rispecchiamento, la confusione interna cresce.
Questo circolo è uno degli effetti più profondi della vergogna e del trauma infantile, perché mantiene la persona intrappolata in una percezione di sé rigida e dolorosa.
Studi sul trauma mostrano che la vergogna può mediare l’effetto delle esperienze avverse infantili sui sintomi somatici nell’età adulta (Spidel et al., 2018): il corpo porta il peso di ciò che non è mai stato simbolizzato o verbalizzato.
La memoria del corpo: dove si nasconde il trauma infantile
Se ti accorgi che alcune parti della tua infanzia sono confuse o difficili da ricordare, non è un caso. In molti casi la memoria funziona in modo selettivo quando è coinvolto un trauma.
Ne parlo meglio qui:
Mal di testa, tensioni croniche, quella sensazione di nodo che non si scioglie: spesso non sono solo “stress”. Sono memoria implicita.
“Memoria non verbale” è corretto, ma più precisamente in letteratura si parla di memoria implicita e somatica (implicit memory / embodied memory).
Per me è stato uno dei passaggi più difficili da accettare. Perché significava smettere di ignorare quello che sentivo nel corpo, e iniziare a riconoscere che aveva una storia, anche se non riuscivo ancora a raccontarla.
Superare la vergogna e il trauma infantile attraverso la consapevolezza
La consapevolezza non è un esercizio riservato a chi sta bene. È qualcosa di molto più umano e accessibile: è la capacità di passare da “sono dentro la nebbia” a “vedo che c’è nebbia”.
Questo piccolo scarto — apparentemente banale — è in realtà rivoluzionario. Perché l’emozione non è più l’intero mondo: diventa qualcosa che si può osservare.
Gli approcci più attuali al trauma, come la Psicoterapia Sensomotoria sviluppata da Pat Ogden, o le pratiche di mindfulness adattate al trauma, lavorano esattamente su questo: aiutare la persona a riconoscere le sensazioni corporee, a dar loro un nome, a uscire dall’identificazione totale con la vergogna o la paura (Ogden et al., 2022; MDPI, 2025).
Il corpo, in questi approcci, non è uno sfondo passivo: è il luogo dove il trauma è stato scritto, e dove la guarigione può cominciare.
Tre passi pratici per affrontare la vergogna e il trauma infantile
Non si tratta di “guarire subito”. Si tratta di iniziare a muoversi, anche di un millimetro.
1. Dare un nome alla nebbia
Anche solo pensare “in questo momento sento confusione” è già consapevolezza. Non è assenza di emozioni: è riconoscimento.
2. Cambiare il linguaggio interno
Invece di “sono ridicolo a sentirmi così”, prova: “mi accorgo che c’è molta vergogna in me, in questo momento.”
Questo sposta la vergogna da identità a esperienza osservabile.
3. Ascoltare il corpo senza giudicarlo
Chiedi a te stesso: “Se questa sensazione fosse in una parte del mio corpo, dove la sentirei?”
Un peso nel petto, un nodo alla gola — anche una risposta vaga è già un ponte tra te e te stesso.
La tua storia non è colpa tua. Ed è già abbastanza per essere ascoltata.
Se hai letto fin qui, probabilmente qualcosa in queste parole ti ha toccato.
Quello che hai vissuto — anche se non riesci ancora a raccontarlo, anche se sembra poco, anche se le parole non arrivano — ha lasciato tracce reali. E quelle tracce meritano attenzione, cura, uno spazio sicuro.
Non devi capire tutto. Non devi avere una storia “abbastanza grave”. Devi solo permetterti di iniziare a guardare.
La tua storia merita di essere ascoltata. Anche da te, per prima cosa.
Se senti che queste tematiche ti riguardano e vorresti esplorare un percorso di supporto, sei nel posto giusto. Scrivimi: ogni storia è diversa, e ogni cammino si costruisce insieme.
Riferimenti scientifici
- Spidel, A. et al. (2018). Childhood trauma and somatic symptoms among psychiatric outpatients: Investigating the role of shame and guilt.
- Watkins, L. et al. (2022). Shame-sensitive approaches in trauma treatment. Humanities and Social Sciences Communications, Nature Portfolio.
- Ogden, P., Sommers-Flanagan, J. (2022). Sensorimotor Psychotherapy: Theory and practice. Sensorimotor Psychotherapy Institute.
- van der Kolk, B. (2018). Trauma, autonomic nervous system and somatic processes. Frontiers in Neuroscience.
- Healthcare – MDPI (2025). Interoception, mindfulness and trauma-informed practice.
